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L’arte nello 0-6

Dall’allestimento degli spazi all’esplorazione delle tecniche

In questa intervista, la nostra coordinatrice interna Michela Rodler ci racconta gli obiettivi, le scelte e gli artisti del laboratorio dedicato all’arte effimera presentato da lei e dal nostro pedagogista Carlo Gualini al Convegno Erickson “0-6 facciamo la differenza“.

Attraverso la sua voce entriamo nel senso profondo di questo lavoro: un’arte che non cerca il prodotto, ma che valorizza i processi, le trasformazioni, i materiali e le tracce che i bambini incontrano nei servizi educativi ogni giorno.

Arte-panoramica
Partiamo dal vostro pensiero iniziale: qual’era la vostra finalità? Quale messaggio avevate a cuore di portare alle professioniste e ai professionisti che hanno partecipato al laboratorio?

La nostra intenzione era quella di sganciare completamente l’idea di arte da un’attività con inizio e fine, da una proposta che “si fa dalle 10 alle 11 del mattino”. Seguendo il pensiero di Marco Dallari volevamo portare una considerazione di arte come materia trasversale, pienamente inserita nella visione dello spazio come terzo educatore.

Da qui nasce il desiderio di far vivere ai partecipanti un’esperienza che fosse chiaramente rappresentativa del perché è necessario allontanarsi dal concetto di “prodotto artistico” e ragionare invece su allestimenti, materiali e oggetti che i bambini e le bambine possano incontrare ogni giorno nei servizi, vivendo esperienze sempre aperte e rinnovabili.

Per questo avete scelto di mettere al centro della riflessione e dell’esperienza l’arte effimera?

Esatto. Abbiamo scelto di partire dal tema dell’arte effimera, intesa come forma artistica temporanea, trasformabile, in cui ciò che conta è il processo e non il risultato finale, per quattro motivi:

  • Il primo è che l’arte effimera implica anche l’uso di materiali deperibili o naturali, ma non solo: porta con sé la necessità di una riflessione e di una consapevolezza profonda da parte dell’adulto sul significato dell’oggetto: perché scegliamo proprio quello da proporre all’esperienza dei bambini?
  • Un secondo motivo è il legame naturale con la documentazione, perché per dare valore al processo l’adulto educatore deve saper osservare, raccogliere, registrare e dialogare con i genitori il valore di quel momento, di quel vissuto, di quel gesto.
  • Il terzo motivo è che questa forma d’arte richiede anche che noi adulti facciamo un lavoro su noi stessi: lasciare andare aspettative, idee preconfezionate, la tentazione di guidare i bambini verso un risultato immaginato da noi. Uno degli aspetti che ci interessa è proprio che l’arte effimera non produce qualcosa di commerciabile: il valore non sta nel prodotto, ma nell’esperienza vissuta.
  • Infine, molti autori sottolineano come l’arte effimera sia profondamente legata al contesto del momento presente o della propria storia: sabbia se sei al mare, materiali naturali se sei in natura, materiali di recupero se vivi in città.
Avete selezionato tre autori che sono stati delle guide immaginarie di questo laboratorio. Quali sono? E perché li avete scelti?

Innanzitutto, un elemento molto importante sul piano metodologico che il nostro pedagogista Carlo Gualini ha spiegato all’inizio del laboratorio è che “Non c’è un artista da copiare, non c’è un modo da portare a casa e riprodurre, ci sono solo sollecitazioni“.

Non copiamo gli autori, ma prendiamo spunto dai loro immaginari e dalle loro tecniche per costruire nuovi contesti che possano far vivere ai protagonisti quelle esperienze: la memoria, l’emozione, la creatività, la connessione con la natura e con la propria identità.

Partiamo da Bruno Munari. Quali suoi tratti avete portato nel laboratorio?

Munari ci interessa perché unisce arte, gioco, educazione e progettazione. Parla di quattro pilastri che “dialogano” tra loro e al cui centro c’è il bambino.

Per il laboratorio dedicato a lui abbiamo allestito un “mercato” con materiali destrutturati. L’idea era permettere alle persone di progettare e costruire liberamente.

Abbiamo introdotto anche l’uso di Polaroid, collegando il lavoro al tema dell’identità. Ogni persona ha scattato una foto al proprio volto per poi manipolarla tramite materiali a sua scelta: coprire, evidenziare, trasformare, creare un copricapo o un dettaglio che parlasse di sé.

Questo laboratorio aveva una regola fondamentale: fare senza pensare, liberarsi delle sovrastrutture adulte. Munari lo definirebbe “ginnastica per la mente”: permettere al pensiero di giocare.

Arte-Munari
Il secondo autore che avete scelto è Christian Boltanski: uno dei principali rappresentanti dell’arte effimera.

Boltanski è legato ai temi di identità, memoria e assenza. Lavora con archivi anonimi (fotografie di persone senza nome che evocano storie e vissuti) e archivi evocativi, di oggetti carichi di significato simbolico.

Siamo partiti da qui, ricordando quanto i bambini attribuiscano valore a piccoli oggetti trovati per caso: un sassolino, un pezzo di foglia, un frammento raccolto lungo il tragitto. L’importanza non è nel sasso in sé, ma nel significato che assume nella loro esperienza.

Abbiamo creato un nostro archivio evocativo raccogliendo oggetti diversi, vecchi e nuovi. Le persone partecipanti hanno reagito in modo molto intenso: ogni oggetto evocava ricordi personali, spesso dell’infanzia o legati agli affetti. Da questo archivio ogni persona sceglieva un oggetto, la cui foto veniva ritagliata e inserita nella propria composizione finale: un lavoro molto intimo, perché chiedeva di guardare dentro di sé e lasciare emergere parti spesso “messe da parte”.

Arte-oggetti
Il terzo è Sam Falls, un artista che unisce arte e natura. 

Falls vive sulla costa dell’oceano e utilizza materiali che il mare deposita: li raccoglie, li sceglie, li dispone sulle tele e poi lascia che sia il tempo a completare l’opera. Sole, umidità, vento, decomposizione: tutto diventa parte del processo creativo, imprevedibile e non controllabile.

Questo tema ci interessa molto come educatrici: l’adulto spesso non riesce a rinunciare al controllo, mentre qui l’imprevedibilità è parte dell’esperienza. Il laboratorio si presta a lavorare all’aperto, raccogliendo materiali naturali con rispetto, lasciando che il ritmo della natura entri nella pratica educativa.

Con i bambini è possibile lavorare con grandi tele, nelle quali loro entrano fisicamente: esplorare materiali, osservare le trasformazioni nel tempo, aspettare, immaginare cosa accadrà. Il processo non ha un tempo definito e non si esaurisce in un’unica sessione: si può tornare, aggiungere, osservare cambiamenti, creare narrazioni.

Arte-Falls
Quindi è importante conoscere bene gli artisti per proporre esperienze valide a bambine e bambini.

Il mondo dell’arte è molto vasto. Questi tre autori, come dicevamo, vogliono essere solo suggestioni: gli artisti da cui prendere spunto sono molti. Occorre approfondire e cercare di comprendere il significato della loro arte, scegliendo chi può essere più in sintonia con l’orientamento di ecologia umana e ambientale che ci guida.

E la conoscenza dell’arte va unita alle nostre competenze pedagogico/educative, alla nostra conoscenza dello sviluppo infantile per preparare degli ambienti nei quali bambine e bambini sentano di essere liberi di fare secondo il loro desiderio e il loro interesse.

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