Partiamo da Bruno Munari. Quali suoi tratti avete portato nel laboratorio?
Munari ci interessa perché unisce arte, gioco, educazione e progettazione. Parla di quattro pilastri che “dialogano” tra loro e al cui centro c’è il bambino.
Per il laboratorio dedicato a lui abbiamo allestito un “mercato” con materiali destrutturati. L’idea era permettere alle persone di progettare e costruire liberamente.
Abbiamo introdotto anche l’uso di Polaroid, collegando il lavoro al tema dell’identità. Ogni persona ha scattato una foto al proprio volto per poi manipolarla tramite materiali a sua scelta: coprire, evidenziare, trasformare, creare un copricapo o un dettaglio che parlasse di sé.
Questo laboratorio aveva una regola fondamentale: fare senza pensare, liberarsi delle sovrastrutture adulte. Munari lo definirebbe “ginnastica per la mente”: permettere al pensiero di giocare.




